Maschere di carta – Ep.12

Hai già letto le puntate precedenti?

Jarno aveva installato la propria abitazione nella sede di una piccola officina che dieci anni prima era stata ristrutturata da un rinomato architetto, in zona conciliazione e trasformata in un moderno ed ampio loft.

Come molti altri edifici simili, quella struttura aveva ospitato una delle tante fabbriche una volta presenti sul suolo di Milano ed oggi scomparse, oppure trasferite in periferia a seguito di un’espansione troppo costosa nel luogo d’origine. La trasformazione avvenuta aveva poi fatto lievitare ulteriormente il valore degli immobili ma era stato solo a quel punto che Jarno aveva valutato quella soluzione ideale per se stesso. Gli piaceva il connubio tra antico e moderno, l’idea di dare nuova vita al fabbricato, trasformandola da luogo di produzione materiale a luogo di produzione creativa ed artistica. Appena entrato in possesso dell’edificio, come prima cosa, Jarno aveva contattato un pool di architetti ed interior designer con i quali si era divertito a curare ogni dettaglio di quello che poi sarebbe diventato il suo loft. Tutto era stato realizzato in modo maniacale, persino il percorso dei cavi elettrici, rigorosamente a vista sul muro. L’illuminazione era affidata ad una serie di lampade di design poste in punti strategici ed una serie di invisibili punti luce che avevano lo scopo di armonizzare il tutto. Per il pavimento aveva ordinato un costosissimo marmo nero e tutti, ma proprio tutti, i mobili erano stati realizzati su misura. La casa era quindi quasi un santuario del design con una serie di importanti lampadari che pendevano da un alto soffitto a spiovente. Racchiudeva in un unico ambiente l’ampia cucina ad isola, il soggiorno, il letto con la sua cabina armadio e una zona che lui chiamava studio, dove una economica tavola in legno era posata su due cavalletti di quelli che usano gli imbianchini. Quell’abitazione avrebbe dovuto essere il castello nel quale lui e Jolanda avrebbero potuto vivere come re e regina, invece si era trasformata nella prigione che aveva portato entrambi alla follia di un’acuta depressione. Ora, lei non c’era più e Jarno si trascinava in un limbo senza senso.

Ciò che inizialmente colpisce Sarah al suo ingresso, è l’odore. Non riesce bene a definirlo, in quanto sembra un misto di tanti aromi differenti. È come se in questo locale circoli talmente poca aria che, nonostante le ampie dimensioni, alcuni odori si radicano e si fondono, dando vita ad un’essenza, inconfondibile come un timbro. Potrebbe definire “cattivo” questo odore anche se non le sembra spiacevole e, in qualche modo, è calzante per Jarno. La seconda cosa che la colpisce invece è il totale ed insensato disordine. Ovunque Sarah posi l’occhio, qualcosa è fuori posto. Sul pavimento davanti al grande televisore acceso, un puff sul quale probabilmente Jarno passa molte serate. Vicino, indumenti dismessi di diverse sere, due paia di scarpe, cartoni di cibo da asporto, riviste, un posacenere stracolmo, un altro posacenere pieno quasi come il precedente e un terzo che contiene una canna fumata in parte. Intorno, come a formare un perimetro, bottiglie di alcolici, alcune completamente vuote, altre piene a metà o per un terzo. Sembra che buona parte della vita di lui si svolga su quel puff. Per scoprire poi quali sono le altre zone della casa più utilizzate, basta seguire la scia di abiti e oggetti sul pavimento, la quale conduce fino ad un crocevia, che si dirama verso il bagno e l’ampio letto. La terza cosa che colpisce Sarah, infine, è l’enorme libreria che si stanzia su tutta la parete principale, così imponente che la prima ed unica cosa che riesce a dire appena entrata, è: “E quella?”.

“Una volta… leggevo”.

Jarno sorride e con quello che sembra quasi un unico gesto, si accende una sigaretta mentre si sfila le scarpe dai piedi e le lancia accanto alla porta. “Puoi togliere le scarpe anche tu, se vuoi… Forse non vuoi, lo capisco” ride “C’è un po’ di casino oggi… Ma sai, non ricevo molte visite ultimamente e poi … tenere in ordine è solo tempo perso. Tutto torna così, prima o poi, non possiamo opporci. È una lotta inutile, non trovi?” dice mentre scalcia una felpa dal pavimento “Una volta la settimana viene la donna delle pulizie … per il resto, me ne frego. Vuoi una birra?”.

Sarah osserva l’ambiente che la circonda e nonostante tutto appaia disgustoso e decadente,è intrigata dal fatto che ciò che si vede è esattamente ciò che è. Per quanto squallido sia, è vero.

“Birra? Assolutamente”.

Mentre Jarno è infilato con la testa nel frigorifero, Sarah si siede sul divano in pelle, sul bracciolo del quale c’è un reggiseno di pizzo nero. Avrebbe quasi voglia di toccarlo e si inumidisce le labbra, pensando a quale sia la donna con cui Jarno ha recentemente fatto sesso e che ha dimenticato questo indumento. È in questo momento che lo immagina seduto sul divano, insieme ad un paio di squillo di lusso. L’eccitazione sale ed una mano avrebbe voglia di sfiorarsi, quando Jarno ritorna con le birre e gliene porge una.

Un paio d’ore più tardi, Jarno è seduto sulla tavola in legno sorretta dai due cavalletti. Ha in mano un block notes ed una penna. Sarah è in piedi davanti a lui in uno spazio che è stato adibito a palco. Tiene una birra quasi vuota nella mano destra e sta recitando in modo plateale. Entrambi ridono mentre Sarah fa un passo più lungo per evitare di calpestare una pianta finta che era stata usata come oggetto di scena in un monologo precedente.

La cosa che più diverte Sarah in tutta questa situazione è che ha scelto di nascondere a Jarno la sua esperienza di attrice, per cui sta recitando il ruolo della ragazza che non sa recitare. Questo la porta a fingersi goffa ed impacciata, a sbagliare volutamente i tempi delle battute a trasmettere emozioni contrastanti. Jarno ovviamente sta al gioco, anzi, la cosa lo diverte. Così le sta dando una serie di consigli di cui lei non avrebbe assolutamente bisogno e quanto più i consigli sono basilari, tanto più entrambi ridono. Si guardano negli occhi e ridono. Ridono e bevono. Bevono e Sarah recita un nuovo monologo. Sarah recita, facendo finta di non esserne capace e Jarno le spiega perché sbaglia cose che in realtà lei sa fare benissimo. Poi silenzio, si guardano ancora negli occhi, ridono, bevono e ricominciano da capo. Ora Sarah si appoggia al tavolo su cui è seduto Jarno, in una posizione che evidenzia le forme dei seni. Lo guarda e dice: “E adesso?”.

“Adesso, metto su la musica del pezzo che ho pensato per te” fa partire una baciata “Balliamo”. Jarno scende dal tavolo facendolo leggermente traballare, le afferra i polsi e danzano. La birra che Sarah tiene in mano si rovescia, macchiandole la maglietta.

“Scusami” dice Jarno.

“Nessun problema”. Sarah si sfila la maglia con un movimento rapido e la infila sulla testa di lui, coprendogli gli occhi. Poi, si slaccia il reggiseno. Si avvicina e gli accarezza il volto, passandogli le dita nella barba, poi lo bacia. Jarno allunga le mani, trovando la nudità del corpo di lei e quelle mani si muovono, accarezzandola, avvicinandosi ai seni, sfiorandoli. Poi lui la stringe e la spinge. In quel movimento effettuato alla cieca, Jarno non si accorge che dietro di loro c’è il tavolo sorretto dai cavalletti. Lo urtano, uno dei cavalletti si posta, la tavola in legno cade sul pavimento e mentre tutto ciò avviene anche loro due inciampano. Ora lui è a terra e lei è sopra di lui, eccitandolo con il contatto dei seni. Lentamente, gli sfila la maglietta dagli occhi, affinché si possano guardare.

Jarno dice: “Sei qui solo per fare un provino… Non voglio approfittarmi di te… Non sarebbe giusto, davvero… non voglio”.

“Ma sono io che mi sto approfittando di te… se non si fosse capito. Andiamo a letto?”.